"Mi ritiro..." - La triste realtà dei giovani Hikikomori
(Kingston University, 2008)
Gli “Hikikomori” sono ragazzi (la maggior parte di sesso maschile) che a un certo momento della loro vita, apparentemente senza un motivo ben preciso, decidono di auto recludersi nella loro stanza che da quel momento in poi diventerà inaccessibile alla famiglia. La volontaria reclusione può durare mesi o anni e si caratterizza per un’immersione nelle realtà virtuali di internet, tv digitale e videogiochi manga. Secondo la maggior parte degli studiosi la sindrome andrebbe compresa alla luce delle particolari caratteristiche della società giapponese, fortemente competitiva anche per i bambini e gli adolescenti che vengono formati fin dalla tenera età a raggiungere obiettivi di eccellenza, a curare i dettagli, ad essere meticolosi e perfezionisti, cosicché una volta introdotti nel sistema lavorativo possano dare il meglio di sé. Dr.ssa Lucia Musci, Psicologa Psicoterapeuta Roma Zielenziger M. (2008). Non voglio più vivere alla luce del sole. Il disgusto per il mondo esterno di una nuova generazione perduta, Roma, Elliot (trad.it. di Fabio Bernabei); Ricci C. (2008). Hikikomori: adolescenti in volontaria reclusione, Milano, Franco Angeli; Ricci C. (2009). Hikikomori. Narrazioni da una porta chiusa. Roma, Aracne; Mangiarotti A. (11/02/2009), Chiusi in una stanza: gli hikikomori d’Italia, Corriere della Sera, http://archiviostorico.corriere.it/2009/febbraio/11/Chiusi_una_stanza_gli_hikikomori_co_8_090211034.shtml
Questi eremiti tecnologici limitano così in modo assoluto i contatti con l’esterno, spesso ordinano pasti e ciò che serve loro via internet, ritirano poi furtivamente il vassoio con il cibo o la biancheria per il cambio, badando bene di evitare qualsiasi contatto visivo con i genitori.
Il ritiro diventerebbe, per quei ragazzi troppo fragili di fronte alle pressioni sociali, l’unico modo per sopravvivere ad una cultura che non premia il pensiero critico e l’individualismo ma l’omologazione e la collettività.
Michael Zielenziger afferma che “gli Hikikomori non scelgono l’isolamento per indulgenza verso se stessi, ma perché non vedono un’altra strada. Hanno bisogno di un certo “spazio libero” nel quale respirare, senza gli occhi indiscreti di estranei che li giudicano costantemente. L’unico spazio che possono controllare, pertanto, è la loro camera”.
Al contesto culturale si aggiunge un sistema familiare caratterizzato da una precisa separazione dei ruoli, che vede la posizione della madre come predominante rispetto all’educazione dei figli, alla scelta delle scuole da frequentare, al controllo del rendimento scolastico in vista del successivo inserimento lavorativo. La figura paterna è perlopiù relegata a funzioni di mantenimento economico dell’intero nucleo familiare. E’ così che tra madre e figlio si crea un particolare legame che sfocia, non di rado, in simbiosi relazionali e che conduce verso comportamenti che possono sfiorare la patologia o tramutarsi in dipendenze fisiche e morali complesse da gestire.
Per una famiglia giapponese un figlio hikikomori è un disonore, al punto che possono passare degli anni prima che venga contattato uno specialista.
Per far fronte al fenomeno è stata fondata in Giappone l’associazione “New Start”. Si tratta di un’organizzazione no profit che non ha un’impostazione di tipo clinico ma si propone piuttosto come un ‟estensione della famiglia”; prevede infatti la presenza di ragazze chiamate “Rental Onesan”, ovvero “Sorelle Maggiori in Affitto”, le quali tentano dapprima un approccio con i giovani hikikomori finalizzato ad avvicinarli al centro associativo, per poi tentare un lento e progressivo ritorno alla socialità.
Nasce spontaneo domandarsi se il fenomeno appartenga esclusivamente alla cultura nipponica o se si possa riscontrare anche in altri Paesi.
A questo proposito il dott. Saito Tamaki, considerato uno dei massimi esperti di Hikikomori, in un’intervista ha affermato di avere seri dubbi rispetto alla possibilità che il fenomeno si estenda ad altri Paesi (a parte la Corea). Questo perché la Corea e il Giappone sono aree di cultura confuciana in cui il concetto di pietà filiale è molto enfatizzato: i genitori si prendono cura dei figli per poi essere da questi accuditi in vecchiaia. Tutto questo non accade in paesi come l’America o l’Inghilterra in cui i figli, una volta adulti, lasciano la casa paterna.
Anche in Italia, tuttavia, benché non esistano statistiche ufficiali, sono stati registrati casi di “auto reclusione” del tutto simili al fenomeno in questione. L’antropologa Carla Ricci, autrice di diversi saggi sul tema, afferma infatti che “anche l’Italia ha i suoi Hikikomori e […] questi sono in costante aumento. Le diverse culture, peculiarità caratteriali e sistemi sociali ne plasmano differenti forme, ma il contenuto è simile”.
Ci sarà da preoccuparsi per i nostri “mammoni” italiani? Forse il fenomeno andrebbe approfondito.
Bibliografia